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Un nome, un destino: Maria VITTORIA Strappafelci ce l'ha fatta, ha domato la "perfida vipera" (così epiteta l'anoressia), ha trovato l'antidoto contro il veleno iniettatole nel cervello dal rettile sociale

La sua è una storia di speranza che dovrebbero leggere tutte le persone che soffrono di disturbi alimentari, siano esse affette da anoressia, bulimia, obesità, vigoressia, ortoressia, binge eating disorders, ma il suo è anche un romanzo di formazione che lo rende capace di dare consapevolezza ad ognuno di noi, perché tutti prima o poi, in un modo o nell'altro, ci troviamo di fronte al bivio della vita dove "non ci sono segnaletiche" e "devi comunque andare avanti giusto o sbagliato che sia, devi percorrere la tua strada!".



Il libro narra dell'iter esistenziale di Maria Vittoria, in cui si evince che la radice del male possa derivare da diversi fattori congiunti, ma uno su tutti consiste nel "problema dell'immagine", dell'apparire, del dover per forza piacere agli altri correndo il rischio di non avere più la lucidità di sapere come siamo noi stessi e di darci la possibilità di piacerci, per come siamo realmente.

La vita social è spesso nociva, mentre si intreccia con grande positività nel racconto l'elemento "sociale": sono fondamentali alcune persone nel percorso della protagonista, il che testimonia come sia indispensabile, soprattutto quando si è malati, essere circondati da esseri umani pro-positivi.

Questo ruolo fondamentale lo 'gioca' in primis la famiglia: il fratello Graziano è colui che le infonde il coraggio per uscire "dalla spirale della morte"; poi è decisivo anche Walter, che lei definisce il suo "Angelo", che le regala la forza di sorridere; e nondimeno importante è la Dottoressa Maria Grazia che attraverso la sua dolcezza e pazienza riesce a dare le giuste cure a Maria Vittoria. La Socialità insomma, quella vera, fatta di Persone reali, può essere la panacea della guarigione e ciò rappresenta un altro grande insegnamento nell'ottica di valorizzare nobili valori quali fiducia e speranza.

Il rapporto con il cibo in molte sue declinazioni (la spesa, il cucinare, l'abbuffata, il formaggio, il "Duplo") è ovviamente il denominatore comune del romanzo, con passaggi anche crudi e drammatici come "dovevo capire che a 34 chili non si vive", ma più si sfogliano le pagine del libro, più si percepisce come tutto derivi da fattori psicologici, da cause traumatiche che condizionano la mente, prima di tutto, per poi svilupparsi e degenerare nella patologia fisica.

E' necessario nutrire la propria anima, alimentare le nostre passioni: se ciò avviene, il nutrimento del corpo è una semplice, naturale, sana, conseguenza.

Recensione di Igor Nogarotto

 

"IL DIGIUNO DELL'ANIMA: UNA STORIA DI ANORESSIA"
Di Maria Vittoria Strappafelci
Casa Editrice Kimerik

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